– ORFEO, EURIDICE, HERMES –

– ORFEO, EURISICE, HERMES – ( Bassorilievo in gesso ) L’opera originale si presuppone fosse di ALCAMENE

Oggi desidero condividere con voi una storia che m’affascina da sempre, partendo dalla descrizione di quest’opera meravigliosa che rappresenta per l’appunto i protagonisti della stessa. – HERMES ( in veste di Psicagogo ) ORFEO ( affranto dal dolore ) ed EURIDICE ( la Ninfa dei boschi, eternamente innamorata )

La Grecia ed i suoi miti, la storia ed il suo fascino. Quest’opera rappresenta la vera celebrazione del tema della morte, Si presuppone che l’autore dell’originale fosse ALKAMENES, allievo del grande professore di archeologia Jean Charbonneaux. “Un dolore pudico, dove a parlare sono gli sguardi, i movimenti delle loro vesti, la posizione dei loro piedi, le carezze delle loro mani e non le labbra”. Un Orfeo che infrange il patto [ Noli Respicere ] “non guardare”, un Euridice innamorata che cerca di consolare il suo amato accarezzandogli la spalla, trattenuta però da Hermes, lo psicagogo che, anch’esso dispiaciuto ( lo si evince dallo sguardo ), le dice che non può più andare avanti.

L’ineluttabilità della morte.

Ma, di cosa sto parlando esattamente? Della storia di due amati ORFEO di Tarcia, figlio di Eagro ( Apollo ) e della musa Calliope, ed Euridice, Ninfa dei boschi. Orfeo era un cantore, un poeta, un musicista, permettetemi di dirlo, era un gran romanticone, il classico “principe azzurro”. Si dice che andava camminando, suonando e cantando, le sue opere d’amore, e che persino le radici degli alberi ne seguivano i movimenti per ascoltarlo. Orfeo, innamorato perdutamente di Euridice e contraccambiato. Ahimé, non era il solo ad esserlo, sempre se si vuol definire amore, quello del fratello Aristeo; Infatti, lo stesso, approfittò di un momento intimo della bella Euridice, la quale stava facendo un bagno così come madre natura la creò, per tentare di farla sua. In poche parole, le saltò addosso, ma nell’inseguimento che seguì, Euridice, riuscì più volte a sfuggirgli, finché accidentalmente calpestò un serpente velenoso che la uccise con il proprio morso.
Euridice entrò così nell’oltretomba ed Orfeo con tutta la sua tenacia decise di andarsela a riprendere. ( come si suol dire? Volere è potere ) Ebbene sì, Orfeo intraprese questa missione, ovvero, la ricerca della via che portasse nel regno delle anime morte, e <<rullo di tamburi>>, la trova! Una piccola apertura di una montagna, proprio nei pressi di Napoli, esattamente a Cuma. Arrivò al Fiume Stige, il quale separava il mondo dei vivi da quello dei morti, dove incontra Caronte [ Caronte era colui che faceva passare al di là del fiume coloro che erano destinati ad andarsene, a patto che gli stessi si presentassero con una moneta da dargli in cambio. ] che lo fece passare. Orfeo non era in possesso di alcuna moneta. Persino il grande mostro, la bestia a tre teste ( Favoloso cane della mitologia greca, custode dell’entrata dell’Ade ) di nome Cerbero, s’accucciò dinanzi al melodioso avanzare di Orfeo. Fino a che, finalmente, giunse ai piedi del trono di Ade, dio degli Inferi, e Persefone, la sua consorte. Orfeo non perse tempo e spiegò subito il motivo per il quale egli si trovava lì, iniziò a chiedere di riavere con sé la sua Euridice. Ade e Persefone si mostrarono faveroveli ma vollero stabilire con lui un patto. Avrebbero ridato Euridice ad Orfeo ma, durante la risalita verso la luce, non avrebbe dovuto assolutamente voltarsi per guardarla in volto fino a che entrambi non sarebbero arrivati nuovamente e completamente alla vita, ovvero, alla luce del sole ( non si potevano guardare le anime dei morti ). Ed è qui che entra in gioco anche Hermes, con il compito si sorvegliare il comportamento di Orfeo lungo tutto il cammino. Dunque, Orfeo riprende la risalita verso la luce seguito da Euridice ed Hermes. Diverse le tentazioni che superò grazie alla forza dell’amore, nel non girarsi. [ Sono divenuta così brutta o non mi vuoi più bene che non mi guardi nemmeno? – le voci che sentiva – Ho tanta voglia di abbracciarti ti prego abbracciami ] Respinse con tenacia ogni parola, fino a che arrivò a toccare nuovamente, con la pelle, la luce del sole, convinto di non essere il solo, si voltò verso la sua amata. Peccato che però, a causa della ferita alla caviglia, data dal morso di quel maledetto serpente, Euridice rallentò il passo e non si trovò in quell’istante esattamente alla luce del sole, vi si trovava ancora a pochi passi da essa.

[ Pensavo a quel gelo, quel vuoto che avevo traversato e che lei si
portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere
ancora? Ci pensai, e intravidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia
finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. ] “Cesare Pavese, L’inconsolabile, tratto dai dialoghi di Leucò.

“QUIS ET ME INQUIT MISERAM ET TE PERDIDIT ORPHEU, QUIS TANTUS FUROR?” Chi rovinò me misera e te, oh Orpheu, quale pazzia così grande?

Ed ecco che l’opera sopra raffigurata prende “vita” mostrando i più intimi sentimenti dei protagonisti. Orfeo che si volta e scopre di aver perso per sempre la sua amata, Euridice che aveva voler dire a lui << Oh amore mio, hai fatto tutto ciò che potevi fare, grazie>> ed il volto dispiaciuto di Hermes costretto a trattenere la sua mano con fermezza. Quest’opera si può ammirare presso il museo archeologico di Napoli. Due le riproduzioni, Antonio Canova e Auguste Rodin gli autori. Si pensa che l’originale appartenesse alle collezioni di Giovanni Battista Carata, duca di Noja, nel 1700 e successivamente ritrovata a Torre del greco nel 1960 in contrada Sora presso una villa marittima.

Spero di avervi portato con me, almeno per un pochino, in questo storico viaggio, non avendovi perso nel regno di Ade 🙋🏼‍♀️.

@elygioia #pensieriscrittielygioia

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